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Ripresa da:
http://www.celticworld.it/phorum/read.php?13,129054
riportiamo una nota di commento all'articolo di Dario Fo, pubblicato su
"La stampa " del 28/12/2007 http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200712articoli/28790girata.asp

Salve,
sono uno studente di Lettere all’Università degli Studi di Verona, appassionato di cultura celtica.
Leggo con dispiacere l’articolo di Dario Fo
“Le parolacce, autobiografia di una nazione”, pubblicato sul vostro giornale il 28 Dicembre. Giustamente dice Fo, “tutto dipende dalle origini culturali e storiche”, e da qui le differenze sostanziali nell’uso di questo o quel termine nel variegato panorama della parolaccia italiana. Fo continua però affermando che nelle regioni di Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia, la mancanza di termini insultativi e dispregiativi riferiti e basati sul sesso femminile sarebbe da attribuire al retaggio culturale celtico delle stesse: “va ricordato che le primordiali divinità celtiche nella Valle padana, prima ancora che ci arrivassero i Romani, erano quasi esclusivamente di sesso femminile”. Nulla di più sbagliato. Quel poco che ci è dato sapere sulla religione celtica presenta un quadro sostanzialmente simile a quello romano o greco: divinità celesti e maschili (cfr. Cesare, De Bello Gallico,VI, 16-17, oppure Lucano, Pharsalia, 444-446) avvicendate da divinità femminili che certo non le superavano in rilevanza. “Presso i Celti della Lombardia” prosegue Fo “tre erano le Matres, le divinità della Terra, le grandi madri creatrici dell’universo”. Molto si è detto sulle Matres celtiche, figurine scolpite in rilievo su icone e ritrovate un po’ in tutta l’Europa celtica, soprattutto però in età romana, ma nessuna fonte storica o archeologica in nostro possesso è in grado di collegarle ad un culto ctonio, piuttosto che attribuirgli una funzione “creatrice dell’universo”; discutibile semmai la loro autenticità celtica, visti i parallelismi con figure analoghe dei culti classici, come le Ecati trimorfe. Per concludere, dispiace vedere una persona di cultura e un premio Nobel lanciarsi in affermazioni storiche inesatte, forse per portare avanti o nobilitare le proprie idee; vederlo contrapporre ad un supposto e artificiale “paleofemminismo celtico” una “misoginia comune nei Latini”, che per quanto misogini, a differenza dei Celti perlomeno non avevano diritto di interrogare le vedove per mezzo della tortura per appurare se avessero avuto parte o meno nella morte dei mariti (cfr. Cesare, De Bello Gallico,VI, 19). La Storia Antica va ricordata, proprio perché solo conoscendo il nostro passato saremo in grado di vivere al meglio il nostro presente e preparare un ottimo futuro, ma mai strumentalizzata, né i popoli antichi possono essere rivestiti di valori incoerenti col loro contesto sociale e soprattutto con la loro concezione di morale. Tutto questo naturalmente nulla toglie alla stima che nutro per Dario Fo, personaggio poliedrico che ho imparato ad amare ed apprezzare già in tenera età.

Gioal Canestrelli


La Risposta di Dario Fo ( Cliccare qui per accedere al suo blog )

Caro Gioal Canestrelli,
mi ha fatto molto piacere la tua lettera civile e appassionata ma voglio offrirti qualche spunto. Innanzitutto leggiti con attenzione queste note e poi accetta questo mio consiglio: non fidarti mai di un unico testo o due o tre o quattro. Comincerai ad acquisire una certa conoscenza solo dopo averne confrontati almeno una diecina a meno che tu non abbia la straordinaria fortuna di ritrovarti fra le mani un testo eccezionalmente onesto e corretto.
Ti abbraccio,
Dario

Come riporta l’antologia “Mitologia e religioni” dell’Istituto Geografico De Agostini (pag. 170): “I celti erano un popolo religioso a un alto livello; credevano in un’esistenza dopo la morte (non la pitagorica trasmigrazione delle anime) fra lo stupore e anche l’invidia del mondo romano; la religione celtica annoverava nel proprio credo un numero eccezionale di divinità femminili di primaria importanza: dee madri, dee della guerra, dee tutelari. E ciò può riflettere il prestigio della donna nella primitiva società celtica.” “Storia di Milano” volume I “Le origini e l’età romana”: Treccani. Pag. 267 “Si direbbe che i culti più propriamente greco-romani fossero in Milano meno largamente professati che quelli di provenienza o di natura indigena o straniera: tali i culti della Magna Mater di Silvano, delle Matrone, di Iside e di Mitra. Parecchie sono le iscrizioni che si riferiscono a Milano al culto della Magna Mater (…) … è poi oggetto di discussione se un celebre bassorilievo con la rappresentazione di un corteo processionale e la scritta Idea siano allusive ad antiche cerimonie in onore della dea pagana, sopravvissute nel culto cristiano dell’età medievale. (…) Alla tradizione celtico-gallica appartengono anche le Matrone, protettrici di campi e di borgate con la promessa dell’abbondanza e della fecondità: esse appaiono in ben otto iscrizioni di Milano e degli immediati dintorni e specialmente dai pressi di S. Simpliciano… (…) sulla Matrona (la Marna), il culto materno si radicò tenacemente già durante la più arcaica colonizzazione agricola e indubbiamente riemerge coi Celti. (p. 100) (…) iscrizioni sulle Matronae si ritrovano a Cornate d’Adda e Vimercate; le Sanctae Matronae a Corbetta. (…) Tutti questi nomi (…), evidentemente preromani, ci aprono così uno spiraglio sulla vita del nostro territorio in età romana: le suddivisioni territoriali, le organizzazioni tribali, le istituzioni tutte delle popolazioni incorporate nello stato romano continuavano a vivere, sebbene ormai destituite di ogni funzione politica. (…) (p. 166) In un’iscrizione milanese c’è una dedica alle Matrone (come diremo la più caratteristica delle divinità celtiche) e insieme alle Adganai. Queste ultime sono concordemente ritenute divinità femminili tribali; ma qualche cosa di più sulla loro natura si può dire, crediamo, quando si tenga certa la loro identità con le “Agane” di certe graziose leggende popolari friulane e con le “Anguane” di similari leggende anch’esse tuttora viventi nelle vallate dolomitiche ladine. Si tratta di antichissime divinità femminili degradate a ministre del dominio, le quali vivono presso i remoti laghetti alpini, e dispensano le piogge e le tempeste: è da notare che presso le stesse popolazioni montanare che ancora favoleggiano delle “Anguane”, sopravvive tenace il ricordo del dio Silvano, del quale parleremo più in là. Questa sopravvivenza, mirabile esempio della tenacia con cui, in condizioni opportune, si tramandano e conservano le più antiche credenze, ci fa vedere quanto vasta fosse l’area di diffusione del culto per le “Adganai”: esse dovevano essere divinità delle acque universalmente venerate dalle popolazioni celtiche dell’Italia Settentrionale, e il loro culto doveva essere per gli indigeni di primaria importanza, se a Galliano le troviamo associate colle Matrone, e a Milano e a Pavia troviamo che dal loro nome si foggiò un appellativo per Giove… (p. 207) (…) Nella nostra regione abbastanza rappresentate sono ancora le Matrone e Silvano. Le prime sono decisamente divinità celtiche, dee benefiche della famiglia o di più ampie comunità di sangue; in numero costante di tre esse sono venerate insieme nelle regioni celtiche (in molte parti delle quali sopravvissero, forse nel culto delle Tre Marie), col nome prevalentemente di Matronae nell’Italia Settentrionale e nella Germania Inferiore, di Matrae e Matres nella Gallia Narbonese e Lugdunese. Nelle numerose raffigurazioni che ne abbiamo, esse sono rappresentate per lo più sedute, recanti in grembo o nelle mani simboli o segni della fertilità arrecata, o della protezione esercitata sulla famiglia. E potremmo continuare con numerosi altri testi di rilievo che ribadiscono la grande importanza di queste divinità femminili e il rispetto straordinario che le popolazioni del nord hanno mantenuto per loro nei secoli. Anche Sant’Ambrogio, nel IV sec., se ne rese conto e decise di conservare la vitalità di quei culti incoraggiando il rito mariano. A proposito di Giulio Cesare e dell’attendibilità delle sue dichiarazioni, bisogna ammettere che il grande condottiero romano è fra quei pochi che ebbero l’occasione di conoscere celti e galli direttamente. Come riporta l’antologia “Mitologia e religioni” dell’Istituto Geografico De Agostini (pag. 170): I pochi che ebbero contatti diretti con i Celti poi – e Giulio Cesare è da ascrivere fra quelli – possono essere stati influenzati nei loro commentari da evidenti motivi sociopolitici. Perciò si è costretti ad accettare tutte quelle prove facendo uso di una considerevole cautela. Il De Bello Gallico è un testo notoriamente apologetico scritto o, meglio, dettato da Giulio Cesare a suoi segretari con l’intento di glorificare i suoi operati e camuffarli laddove sia occorrenza. Insomma, un trattato di propaganda politica che esalta il suo operato, descrive i nemici spesso accentuandone il coraggio e la ferocia poiché maggiore sarà il suo merito nell’averli sconfitti. Spesso, è ovvio, come tutti i politici, mente e descrive costumi e comportamenti dei barbari che incontra a secondo di una ben calcolata convenienza. In questa guerra, tanto esaltata, Cesare ammette di essersi servito di espedienti e metodi spesso indegni - tradimenti, corruzioni - comprandosi alleati e mercenari senza scrupoli. D’altra parte non bisogna mai dimenticare che Giulio Cesare produce questo resoconto per informare il Senato romano, non certo con l’intento di narrare correttamente e onestamente le sue imprese. Più di uno studioso ha messo in dubbio che sia stato Giulio Cesare in persona a stendere le cronache della guerra gallica, ma questo è un particolare secondario. Invece, fondamentale è notare come spesso storici di regime abbiano preso sul serio ogni sua testimonianza, esaltandone addirittura la veridicità. Basta leggersi i commentari riguardo la presentazione del De Bello Gallico nell’introduzione dei testi al tempo del fascismo e ancora nel dopoguerra. Per informazioni sul personaggio di Giulio Cesare e sua credibilità, ti invito, caro Gioal, a leggerti “Il signor Giulio Cesare” di Bertold Brecht, quello sì che è un testo scientifico, seppur fortemente sarcastico!
Dario Fo



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